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RE:akt!

Action #7: SS-XXX | Die Frau Helga

 Description

In 2005, a strange news item was reported on by various esteemed newspapers, from the Spanish Clarin to the German Der Spiegel to the Italian Corriere della Sera. According to this story, first appeared on the German site borghild.de, a team of Nazi scientists, from 1941 onwards, would have created the first sex doll in the history of humanity. This was designed to satisfy the comprehensible sexual urges of German soldiers at war, while avoiding the unpleasant health risks connected to frequenting brothels. It quickly transpired that the story was a hoax, artfully created by a (still anonymous) author. Yet all of this merely shed doubt on the Borghild Project: while there is no proof in its favour, we also lack the proof that it is definitely a hoax. Whatever the truth of the matter, the Borghild Project is one of history’s black holes. It continues to live on, above all on the net, and while some are hard at work to debunk it, others are working equally hard to enrich it with new details.
Artist Janez Janša is one of them. Since 2007, he added details to the Borghild story exploring three parallel strands: “updating” the project using objects found or created as needed; “verifying its authenticity” by means of historic research and documentary proof, and “implementing” it by means of new details. It is significant that all of these approaches have been explored by those – journalists or enthusiasts – who picked up on the story. SS-XXX | Die Frau Helga. The Borghild Project Reconstruction is the result of this effort.


Brochure in English and Croatian language available



SS-XXX | Die Frau Helga
The Borghild Project Reconstruction


Editor: Janez Janša
Publisher: KONTEJNER
Translation and proofreading: Ivana Bago, Susanne Lenz, Jana Renee Wilcoxen, Urša Jernejc, Matija Ravitz, Christopher Sultan, Tomislav Medak
Design: Dejan Dragosavac Ruta
Print: Gipa
Zagreb, 2007



Janez Janša
SS-XXX | Die Frau Helga

The Borghild Project Reconstruction
 
 

LEARN ABOUT THE BORGHILD PROJECT

“se è accaduto solo una volta è come se non sia mai successo.”
(Arthur Zmijewski)

Nel suo saggio History Will Repeat Itself, Inke Arns individua nella natura sempre più mediata della nostra esperienza del mondo una delle ragioni del successo recente della pratica del re-enactment. “La storia – dice Arns – sembra essere presente sempre e dovunque; allo stesso tempo, tuttavia, la disponibilità permanente di rappresentazioni mediatiche rende sempre più remota qualsiasi forma  di autenticità.” [1] Da qui, la necessità di rendere attuale un fatto, passato o recente che sia, che esiste solo in forma mediata. Arns definisce questo processo con la formula “dalla rappresentazione all'incorporazione (embodiment)” [2], e nota che si fonda su una contraddizione non risolta: da un lato, abbatte la distanza tra noi e le immagini; dall'altro, prende le distanze dall'immagine mediata; toglie di mezzo il filtro dei media (e del tempo) nel tentativo di recuperare la sua dimensione originaria.
Per dirla con Steve Rushton [3], ogni re-enactment (o, più in generale, ogni pratica di ricostruzione) ha a che fare con la “mediazione della memoria”, una espressione che sembra sintetizzare felicemente sia il ruolo mediatore della memoria, sia l'impatto dei media sulla stessa.
La relazione fra questi quattro poli (l'evento, la sua ricostruzione, i media e la memoria) si complica ancora di più se prendiamo in considerazione altri fattori non secondari. In primo luogo, è significativo che ogni ricostruzione, comprese quelle di natura più strettamente performativa, faccia un uso pesante dei media, non solo nella fase (postuma) di circolazione nel circuito artistico, ma anche in quella che, con Arns, potremmo chiamare dell'embodiment. Per dimostrarlo basterebbe citare alcuni esempi ormai classici, da The Battle of Orgreave di Jeremy Deller a The Third Memory di Pierre Huyghe, fino ad Auditions for a Revolution di Irina Botea. In altre parole, anche l'embodiment si fa, nel momento stesso in cui accade, rappresentazione. In secondo luogo, molti artisti sembrano più interessati, nel loro lavoro, a sottolineare il ruolo attualizzante della mediazione piuttosto che a riconquistare un presunto “fatto originario”. Anche perché quest'ultimo non esiste se non in virtù delle tracce – scritte, iconografiche, materiali – che ha lasciato. Come sanno bene gli storici e gli avvocati, la distinzione tra vero e verosimile è molto, molto sottile; e se, come ha dimostrato splendidamente The Third Memory, persino il protagonista di un evento non può fare a meno di confrontarsi, nel ricostruirlo, con il modo in cui esso è stato ricostruito da altri, è facile concludere che bypassare i media, e il ruolo mediatore della memoria, è pressoché impossibile.

Coerentemente con questa riflessione, alcuni artisti hanno cercato di liberarsi dal vincolo che lega la ricostruzione al passato. In questo caso, “ricostruire” non significa recuperare al presente un fatto originario, ma “costruire un'altra volta” sulle fragili fondamenta offerte dalla memoria; raccogliere la sua fortuna mediatica e contribuire attivamente a essa, affiancando vero e verosimile, storiografia e fantasia, verità e interpretazione. Queste ricostruzioni non si affidano a nessun senso di fedeltà al passato, perché sanno che il passato giunge a noi già irrimediabilmente manipolato; e cercano piuttosto di esplorare la nostra fiducia nel valore di prova degli oggetti e dell'immagine mediatica. Greenwich Degree Zero (2006), di Rod Dickinson e Tom McCarthy, ne è forse l'esempio più emblematico. Gli artisti ricostruiscono un fatto mai avvenuto (l'incendio dell'Osservatorio di Greenwich, tentato ma fallito da un anarchico nel 1894) creando della documentazione fasulla ma verosimile. Il termine re-enactment non deve trarci in inganno: Greenwich Degree Zero è un esempio di falsificazione mediatica; non ricostruisce il passato, ma intende dimostrare la sua malleabilità.

SS-XXX | Die Frau Helga. The Borghild Project Reconstruction (2007) lavora sulla stessa lunghezza d'onda. All'origine dell'opera sta una notizia, circolata sui media nel giugno 2005 e riportata come autentica da diversi giornali autorevoli, dall'argentino Clarin al tedesco Der Spiegel all'italiano Corriere della Sera. Secondo questa notizia, comparsa sul sito tedesco borghild.de [4] e ricca di dettagli (quasi) sempre verificabili, un team di scienziati nazisti avrebbe lavorato, a partire dal 1941, alla creazione della prima sex doll della storia dell'umanità, per soddisfare le comprensibili pulsioni erotiche dei soldati tedeschi in guerra evitando spiacevoli conseguenze igieniche come quelle provocate dalla frequentazione dei bordelli.
La notizia si è rivelata presto essere un falso, montato ad arte da un (ancora anonimo) autore. In particolare, è stato notato che Norbert Lenz, il nome che firma il sito borghild.de qualificandosi come “un giornalista free-lance che collabora regolarmente a riviste come Stern, Max e Focus” pare essere del tutto sconosciuto alla redazione delle citate riviste; e che, se molte prove indiziarie risultano facilmente verificabili, alcuni dei personaggi principali della vicenda appaiono ignoti alla storia, e i documenti su cui si fonda non rintracciabili. Tutto ciò, del resto, basta solo a gettare l'ombra del dubbio sul Borghild Project: se non esistono prove a suo favore, non esiste nemmeno la prova che ci consenta di licenziarlo definitivamente come unfalso. Quale che sia la verità, il Borghild Project occupa uno dei tanti buchi neri della storia. L'evento continua a vivere soprattutto in rete, e se alcuni si industriano a smentirlo, altri lavorano – altrettanto alacremente – per arricchirlo di nuovi dettagli. Come ha detto Einstein, è la teoria che determina quello che osserviamo, nella storia come nella scienza: e la teoria che soggiace al Borghild Project è molto, molto interessante. Anche perché consente di esplorare, in una volta sola, il potere probatorio del lacerto mediatico; le innovazioni scientifiche e tecnologiche sviluppate dal Terzo Reich; e alcune significative implicazioni ideologiche della teoria della razza pura.

20 novembre 1940 [5]: Heinrich Himmler, capo delle SS, nota in una sua lettera le “perdite inutili” provocate, nelle sue truppe, dalle prostitute di Parigi. Dalla ricerca di una soluzione a questo problema nasce Borghild, un progetto top secret posto sotto la responsabilità dello stesso Himmler. Il progetto viene sviluppato a partire dal 1941 presso il Deutsches Hygiene-Museum di Dresda, sotto la supervisione di Franz Tschackert, un ingegnere reso celebre, nel 1935, dalla sua Glass Woman. Quest'ultima – un suggestivo manichino di vetro che rende visibile lo scheletro e il sistema venoso del corpo – viene esposta per la prima volta alla mostra The Miracle of Life, patrocinata dai nazisti e organizzata dallo stesso museo.
La sex doll concepita da Himmler, destinata a seguire le truppe sul terreno nemico, pone qualche sfida in più, come nota sin da subito Rudolf Chargeheimer, uno psichiatra coinvolto nel progetto. Per essere preferita a una donna reale, infatti, la bambola deve corrispondere a certi standard di qualità: la sua carne sintetica deve sembrare molto simile alla carne reale; il suo corpo deve essere flessibile come un corpo reale; il suo organo sessuale deve sembrare assolutamente realistico; e, soprattutto, il suo aspetto deve corrispondere alle aspettative delle truppe.
L'industria chimica tedesca ha già dato prova di poter produrre dei polimeri del tutto simili alla pelle umana. Così, all'inizio gli sforzi del laboratorio si concentrano soprattutto sull'aspetto della bambola. Himmler vorrebbe offrire un modello di pura bellezza ariana, e a questo scopo vengono presi in considerazione alcuni modelli reali: atlete, come Wilhelmina von Bremen, o attrici come Kristina Söderbaum. Ma presto ci si rende conto che non esiste una donna “ideale”, e che conviene costruire la bambola in maniera modulare, prendendo il meglio da ogni modello. Anche il volto pone dei problemi non irrilevanti. Il dottore danese Olen Hannusen, longa manus di Himmler nel progetto, nota che l'unico scopo della bambola è il sesso, e che non deve in alcun modo “rimpiazzare l'onorevole moglie che aspettava a casa”; per questo, il suo volto deve essere una “la faccia artificiale della lussuria”, e replicare quella di una “comune battona”. Anche Chargeheimer conviene che “l'idea di bellezza sostenuta dalle SS potesse non essere condivisa dalla maggioranza dei soldati”, e che “la volgarità potesse piacere di più all'uomo ordinario”.
La realizzazione del volto viene affidata a uno scultore, Arthur Rink. Allievo del celebre Arno Breker (1900 – 1991), lo scultore neoclassico amato da Hitler, Rink – che lavora all'Hygiene Museum dal 1937 – realizza dieci modelli per il volto della bambola, valutati attraverso dei test psicologici. Quindi vengono implementati 3 modelli di bambola, di diverso aspetto e misure. Secondo le dichiarazioni di Rink, invocato come l'unico testimone vivente del Borghild Project, la prima a entrare in produzione è il tipo B, alta 176 cm, corrispondente al “tipo nordico”. Il seno è piccolo e facilmente afferrabile, i capelli biondi acconciati a maschietto. La sua presentazione a Berlino è un successo: Himmler ne ordina immediatamente 50 esemplari.
Ma le vicende belliche stanno precipitando, e all'inizio del 1942 il progetto viene interrotto. Tutte le testimonianze materiali del progetto sarebbero andate perdute nel febbraio del 1945, durante il bombardamento di Dresda, che non risparmia nemmeno il Deutsches Hygiene-Museum.

A prescindere dalla sua autenticità, il successo odierno del Borghild Project, e il fatto stesso che qualcuno abbia deciso di rispolverarlo (o, più probabilmente, di inventarselo di sana pianta) rivela, di fatto, il fascino duraturo della vicenda nazista, e, in secondo luogo, la difficoltà della Germania – e del mondo intero – a fare i conti con quella vicenda. Quanto l'attuale evoluzione tecnologica deve alle ricerche sviluppate, tra 1933 e 1945, dall'industria tedesca? Il “tipo nordico” come modello di erotismo è definitivamente scomparso, oppure si replica nelle fantasie erotiche di milioni di internauti – attratti dal proliferare della pornografia del nord-est europeo – e nel modello delle odierne sex doll in silicone? Il trauma del nazismo è definitivamente superato, o piuttosto ritorna in buona parte delle polemiche odierne?
È soprattutto a questi aspetti del progetto che sembra interessarsi Janez Janša nella sua ricostruzione. Il suo lavoro sembra perseguire tre strategie parallele: “attualizzare” il progetto attraverso oggetti trovati o creati alla bisogna; “verificarne l'autenticità” attraverso ricerche storiche e prove documentarie; “implementarlo” attraverso nuovi dettagli. È significativo, innanzitutto, che tutte queste strade siano state intraprese da chi, giornalista o semplice appassionato, ha ripreso la notizia. Ad esempio, il Clarin del 26 giugno 2005, riporta dettagli assenti dalla fonte originaria, come la volontà di preservare la purezza della razza ariana e il modo in cui la bambola sarebbe entrata a far parte del bagaglio di ogni soldato: “L'idea era che ogni soldato avrebbe portato una bambola nel suo zaino, insieme a tutte le altre provvigioni necessarie alla sopravvivenza.” [6] L'interpretazione della fonte sembra essere sostanziale a ogni racconto, anche a quello giornalistico che dovrebbe, per missione, essere il più possibile obiettivo.

Coerentemente Janez Janša, che sta raccontando la vicenda con i linguaggi dell'installazione, attribuisce un volto ai protagonisti della vicenda; esplora i mercatini d'antiquariato alla ricerca di immagini d'archivio, documenti che provano la verità di certe ricerche, come quella sulla carne sintetica o quella sull'Ipolex, uno dei materiali studiati per la preparazione della bambola. Trova un volto per “Helga” in un elegante soprammobile deco; e soprattutto, sviluppa gli accenni di Lenz al realismo dell'organo genitale e alle ricerche sulla voce sintetica della bambola in una direzione imprevedibile, ma coerente al progetto. In particolare, per l'installazione realizza un gadget “militare” dotato di orifizio genitale che, se stimolato dal visitatore, attiva la riproduzione della voce della bambola, un orgasmo perfetto che si conclude sulle strofe vietate dell'inno nazionale tedesco, emblema dell'incapacità della Germania di fare i conti con la propria storia. Come è noto, quest'ultimo – scritto nel 1841 da August Heinrich Hoffmann von Fallersleben su musica di Joseph Haydn – viene oggi eseguito amputato delle prime due strofe. Cantarle vuol dire fare “apologia del nazismo”. Come è facile intuire, ciò dipende non tanto dalla sua origine, né dal suo significato letterale, quanto dalla sua storia. Nato come canzone patriottica, Das Lied der Deutschen diventa inno ufficiale della repubblica tedesca nel 1919. Dal 1933 al 1945 si usa solo la prima strofa, con il suo celebre incipit “Deutschland, Deutschland über alles”. Quest'ultima stava a significare, in epoca risorgimentale, la supremazia dell'idea di nazione, ma col nazismo finisce per simboleggiare la supremazia della Germania sul mondo [7]. Il risultato è che oggi una delle nazioni più importanti dell'Unione Europea si ritrova con un inno amputato a causa di quello che potremmo definire un re-enactment ben riuscito. Die Frau Helga affonda il coltello in questa piaga e, come tutto il lavoro della Neue Slovenische Kunst (sicuramente ben presente, in questa fase, a Janez Janša), individua nella “riattualizzazione del trauma” l'unica via per il suo eventuale superamento. Al contempo, Die Frau Helga mette in evidenza il potere di ogni operazione di riappropriazione, una strategia che, anche a livello artistico, va affrontata con estrema attenzione. Janša lavora qui sull'ambiguità di re-enactment, ricostruzioni, riappropriazioni et similia, giocando sulla comune radice latina di “tradizione” e “tradimento” (tradere). È su questa ambiguità che si gioca la storia, dal momento che il fatto originario, anche se ben documentato, è perso per sempre. O, per dirla con Arthur Zmijewski: “se è accaduto solo una volta è come se non sia mai successo.” [8]


Domenico Quaranta

Notes:

[1] Inke Arns, “History Will Repeat Itself”, in Inke Arns, Gabriele Horn (a cura di), History Will Repeat Itself. Strategies of re-enactment in contemporary (media) art and performance, catalogo della mostra, Hartware MedienKunstVerein, Dortmund e KW Institute for Contemporary Art, Berlino 2007. P. 43.
[2] Ibidem, pp. 59 – 60.
[3] Steve Rushton, “Tweedeldum and Tweedeldee resolved to have a battle (Preface One)”, in Anke Bagma, Steve Rushton, Florian Wust (a cura di), Experience Memory Re-enactment, Piet Zwart Institute 2005, pp. 5 – 12.
[4] www.borghild.de.
[5] Citazioni e contenuti che seguono fanno tutti riferimento a: Norbert Lenz, “The Borghild-project – a discreet matter of the III. Reich”, 2005, disponibile online all'indirizzo http://www.borghild.de/indexe.htm.
[6] Cit. in Janez Janša. SS-XXX | Die Frau Helga, fascicolo prodotto il 29/11/2007 occasione della mostra presso la Galerija Nova, Zagreb.
[7] Per maggiori informazioni, cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Das_Lied_der_Deutschen.
[8] La frase fa da titolo a una mostra del 2005 alla Kunsthalle Basel; cit. in Arns 2005, p. 63.


Janez Janša
SS-XXX Die Frau Helga
The Borghild Project Reconstruction


Installation
Designer: Dejan Dragosavac Ruta
Voice: Irena Tomažin
Sound: Aldo Ivančić
Hardware: Stefan Doepner

Performance
Performers: Janez Janša with local guest
Visuals: Janez Janša

Power Point Installation
Design and Programming: Janez Janša
Narrators: Ryan, Klaus, Rosa, Heather, Peter (Virtualspeakers)
Software: Infovox Desktop 2.2
by Acapela Group

Co-produded by
KONTEJNER | bureau of contemporary art praxis, Zagreb

  Produced by Aksioma - Institute for Contemporary Art, Ljubljana
Producer: Marcela Okretic

Supported by
the Ministry of Culture of the Republic of Slovenia
the Croatian Ministry of Culture
the Zagreb Office for Education, Culture and Sports
the European Cultural Foundation
 






photo: Nada Zgank

 EXHIBITIONS

SLIDESHOW


Janez Janša
SS-XXX | Die Frau Helga
The Borghild Project Reconstruction


29 Nov. - 7 Dec. 2007
Galerija Nova (Showroom)
Teslina 7, Zagreb, Croatia

Exhibition in the frame of the Touch Me project & the platform RE:akt!

Exhibit curator and organiser:
KONTEJNER | bureau of contemporary art praxis, Zagreb

Producer: Aksioma - Institute for Contemporary Art, Ljubljana


SLIDESHOW

Janez Janša
SS-XXX | Die Frau Helga
The Borghild Project Reconstruction


10 Apr. 2008
P74 Center and Gallery
Prušnikova 74, Ljubljana, Slovenia

Exhibit organiser and producer:
Aksioma - Institute for Contemporary Art, Ljubljana

Co-organized by:
zavod P.A.R.A.S.I.T.E.


SLIDESHOW

Janez Janša
SS-XXX | Die Frau Helga
The Borghild Project Reconstruction


10 May 2008
HACK.Fem.EAST
Frauen und Technologie in Netzwerken

Curated by Tatiana Bazzichelli and Gaia Novati
Kunstraum Kreuzberg/Bethanien, Berlin, Germany


SLIDESHOW

Janez Janša
SS-XXX | Die Frau Helga
The Borghild Project Reconstruction


19 July 2008
8th Performance Art Festival Osijek, Croatia

Platforms intersection:
What to Affirm? What to Perform? HOW to RE:akt

Curated by Sergej Pristaš
Barantana, Osijek, Croatia


SLIDESHOW

Janez Janša
SS-XXX | Die Frau Helga
The Borghild Project Reconstruction


RE:akt!
Reconstruction, Re-enactment, Re-reporting

Exhibition curated by: Domenico Quaranta

MNAC - National Museum of Contemporary Art Bucharest
22 January – 13 March 2009

SLIDESHOW

Janez Janša
SS-XXX | Die Frau Helga
The Borghild Project Reconstruction


Fabio Paris Art Gallery
28 March – 30 April 2009